La storia di Moira attraverso le sue foto più significative!

Stacks Image 2806
Stacks Image 2810
Stacks Image 2812
Stacks Image 2814
Stacks Image 2816
Stacks Image 2818
Stacks Image 2820
Stacks Image 2822
Stacks Image 2824
Stacks Image 2826
Stacks Image 2828
Stacks Image 2830
Stacks Image 2832
Stacks Image 2834
Stacks Image 2836
Stacks Image 2838
Stacks Image 2840
Stacks Image 2842
Stacks Image 2844
Stacks Image 2846
Stacks Image 2850
Stacks Image 2848



Lo sguardo gitano
di
MOIRA...
affascina ancora
il pubblico
di tutto il mondo!


Retrospettiva

Una pagina speciale dedicata
a tutti i fans di
Moira, compresi
coloro che per ragioni di età
non hanno potuto vederla
in passato, ma ne hanno
sicuramente sentito parlare.

Moira-2010200

Qui di seguito l'intervista di

Luigi Mastropaolo per il
periodico di arte e cultura

EFFETTO ARTE
(www.rivistaeffettoarte.com)
diretto da Paolo Levi.

 
default

Lo mostra il suo stesso nome. All’anagrafe è Miranda, che in sé già racchiude il senso profondo di una vita fatta per la scena: viene infatti dal latino e significa “degna di ammirazione”. Da ragazza, tutti la chiamavano Mora, per via della pelle scura e lo sguardo gitano. Solo più tardi ha iniziato a farsi chiamare Moira. La sceneggiatura della sua vita vuole che a suggerirle il nome d’arte sia stato, nei primi anni ’60, il produttore Dino De Laurentis, che la invitò anche a raccogliere i capelli in un turbante e a recitare il ruolo speciale che il destino le aveva dato. E fu così che lei entrò in scena.  Water Nones, il marito di Moira, mi accompagna nella sua roulotte. Moira è lì, seduta sul suo divano, insieme al suo assistente di sempre, Antonio. Ha l’aria stanca. Infatti, mi dice di aver appena terminato un’intervista televisiva di quasi un’ora. Alla sua età concedersi ai curiosi le deve costare un po’ di fatica. Ma lei lo fa con piacere. Le piace parlare di sé. Mentre mi accomodo, si sistema un po’ i capelli e si aggiusta il vestito.  Per Moira è più di una questione di stile. «Ho un look un po’ da bambola, vero? Una volta ero a Zagabria con il circo, vestita tutta quanta, ed ero seduta dove entra la gente. Era estate. Un bambino di sei, sette anni entra con la madre e fa: mamma! Guarda che bambola grande! e io non mi sono mossa per non dargli una delusione! Magari è ancora convinto di aver visto una bambola grande come  me!» ride. Mi guarda incuriosita. Nonostante abbia oramai raggiunto una certa età, Moira Orfei è una donna piena di vita, di verve, come direbbero i francesi. Questo carattere, accentuato da un trucco da bambolina, dagli occhi cerchiati dall’eyeliner e da un rossetto fucsia, deriva dalla sua origine un po’ emiliana e un po’ lombarda e dall’abitudine a imporsi anche fuori dalla pista, che per altro oggi frequenta  ben poco.

Moira-Orfei300

Per lei è una sofferenza. Una donna abituata a vivere sotto lo chapiteau, a domare elefanti, a volteggiare su trapezi e sui cavalli, trovarsi fuori dai riflettori e un po’ come rinunciare a una parte di sé stessa. Entra in pista soltanto per salutare gli ammiratori. «Adesso siamo in scena con un nuovo spettacolo, Il bacio del leone  dove c’e’ mio figlio Stefano con Brigitta Boccoli,  è molto bello, sa? Dovrebbe vederlo» mi dice fiera. Eccolo il mondo di Moira. Tutto qui, in questa piccola roulotte di ferro e bulloni. Foto, immagini, poltrone piumate. Racconta sempre di essere un’amante degli animali, specialmente degli elefanti. Animali intelligenti, come un bambino di quattro anni, mi spiega. «Io amo gli animali, sono meglio degli umani. Loro si fanno ammaestrare le persone no». Per lei gli elefanti sono un portafortuna, nonostante una volta si sia rotta un ginocchio durante uno dei suoi spettacoli a causa di un movimento imprevisto di uno dei suoi compagni di giochi. Avrebbe potuto smettere, ma per lei il circo è molto più di un lavoro. È una ragione di vita. «Ho fatto 47 film. è una vita tribolata il cinema. Ti alzi alle quattro del mattino e lavori fino alle dieci di sera. Quando fai gli esterni poi… apriti cielo!  Io l’ho fatto per incrementare il nome del circo. Ho lavorato con tutti i più grandi: con Mastroianni, Gassman, Tognazzi, Walter Chiari, Vianello. Ho iniziato negli anni Sessanta con alcuni film comici e i peplum di Ursus». Richiestissima da tutti i più grandi, da Germi, a Risi, passando per Monicelli. E tuttavia, alla fine, Moira è sempre tornata al circo, sua anima, sua vita. «Il circo è uno zibaldone. Se uno vuole dimenticare le persone, i morti, viene al circo e dimentica tutto. Per forza, corri!, fai! spianta, impianta!» ride Moira. «Io non mi fermo mai. Ho una casa a San Dona’ di Piave, ma lì ci sta mia figlia Lara con i nipoti. Io preferisco stare qui».  Mi mostra una foto di Federico Fellini. «Con lui ho fatto I clowns. Nel ’74 ci veniva a trovare in viale Tiziano. Era l’unico che non mi faceva la corte, era molto, molto amico. Mi portava a vedere le prostitute, faceva delle interviste e io ascoltavo.

MF200

Che bravo che era Fellini, simpatico! Quando è morto mi è spiaciuto tantissimo. Aveva una grande passione per il circo! Guai!!!». Nella foto si vede Fellini con il suo inseparabile cappotto grigio e la sciarpetta rossa, mentre Moira sorride felice con una scimmietta sulle gambe. Come la maggior parte dei circensi, per Moira, la famiglia è tutto. Mi mostra le foto dei figli e dei nipoti che sono sparse un po’ ovunque. È sposata da anni con Walter Nones, l’unico uomo che abbia amato, nonostante sia stata corteggiata da pretendenti di ogni tipo. «Mi sono innamorata di lui la prima volta che l’ho visto. Faceva un numero acrobatico con la sorella. Ci siamo incontrati durante la trasmissione televisiva Il mattatore condotta da Vittorio Gassman. Quanto era bello!». In seguito Walter metterà in scena un numero di felini, poi ripreso dal figlio Stefano. Lara è invece la secondogenita, che sempre con Stefano si è dedicata ad una delle più antiche specialità circensi, l’Alta Scuola. «Adesso non sta più qui al circo perché i figli vanno a scuola». Nonostante abbia viaggiato più di Ulisse, l’unico vero luogo che le appartiene è la pista. «Ho lavorato ovunque. Non c’è un posto del cuore. Io sono cittadina del mondo. Mi piacciono i posti dove lavoro. Gli altri no!» ride. «Sono legata a tanti posti: Roma, Milano, Genova e Torino sono piazze che danno tanto. Per questo le amo». La maggior parte del suo tempo, se ne sta nella sua roulottes e aspetta che la chiamino per entrare in scena. «Non è che faccia una vita brillante. Mi invitano spesso a dei party, a Roma e Milano, ma non ci vado. Preferisco starmene qui».  Sulle pareti della sua roulotte ci sono molte immagini sacre. Mi racconta di essere molto legata alla figura di Padre Pio. È una donna devota. «Vede quell’immagine lì? Ha una storia. Il fotografo aveva il fratello malato. Un giorno fece una foto al fratello, mentre dormiva, e invece spuntò fuori quella». Mi avvicino all’immagine. Si vede il volto di Padre Pio che dorme. È piuttosto inquietante, qualsiasi sia la fede in cui uno crede. Muove le mani, leggermente gonfie, con le unghie scure. «Sono stata una settimana a letto» mi spiega «ieri mi sono alzata, mi hanno fatto fare tre televisioni e due volte il circo. Oggi una televisione, poi lei, poi un’altra volta il circo. Ho la testa che mi fa così» mi spiega con un gesto delle mani. Indossa una lunga veste gialla e un vistoso paio di orecchini. «Me li hanno regalati dei miei amici gay. Loro mi amano molto e io amo molto loro. Sono gente simpatica, mi fanno ridere». Per i gay, Moira è un’icona. «Ecco!» mi dice «guardi lì, mi hanno fatto come un’icona» e fa illuminare dal suo assistente Antonio, fino ad ora quieto e in disparte, un angolo della roulotte, leggermente in ombra, per mostrarmi un quadretto in cui il suo celebre ritratto fotografico di Gianluca Faruolo, viene ripreso in chiave sacra.

Moira-Icona

«È bello vero? L’ha fatto una pittrice molto brava (Arianna Colombo)». Più che bello, è curioso. Celebra non solo la bellezza di Moira, ma anche il suo mito. Un mito che attraversa il tempo rimanendo sempre fedele a se stesso. Mentre indosso la giacca per andar via mi dice: «Io parlo, parlo. Lei deve essere bravo a romanzare». Annuisco, sapendo però che dovrò fare molto poco. Alza il braccio come una regina orientale per salutarmi. Sempre in scena, anche se lo spettatore sono solo io. Moira Orfei è molto più di una donna. È un personaggio. Lo mostra il suo stesso nome. All’anagrafe è Miranda, che in sé già racchiude il senso profondo di una vita fatta per la scena: viene infatti dal latino e significa “degna di ammirazione”. Da ragazza, tutti la chiamavano Mora, per via della pelle scura e lo sguardo gitano. Solo più tardi ha iniziato a farsi chiamare Moira. La sceneggiatura della sua vita vuole che a suggerirle il nome d’arte sia stato, nei primi anni ’60, il produttore Dino De Laurentis, che la invitò anche a raccogliere i capelli in un turbante e a recitare il ruolo speciale che il destino le aveva dato. E fu così che lei entrò in scena. Water Nones, il marito di Moira, mi accompagna nella sua roulotte. Moira è lì, seduta sul suo divano, insieme al suo assistente di sempre, Antonio. Ha l’aria stanca. Infatti, mi dice di aver appena terminato un’intervista televisiva di quasi un’ora. Alla sua età concedersi ai curiosi le deve costare un po’ di fatica. Ma lei lo fa con piacere. Le piace parlare di sé. Mentre mi accomodo, si sistema un po’ i capelli e si aggiusta il vestito. Per Moira è più di una questione di stile. «Ho un look un po’ da bambola, vero? Una volta ero a Zagabria con il circo, vestita tutta quanta, ed ero seduta dove entra la gente. Era estate. Un bambino di sei, sette anni entra con la madre e fa: mamma! Guarda che bambola grande! e io non mi sono mossa per non dargli una delusione! Magari è ancora convinto di aver visto una bambola grande come  me!» ride.

MM200

Mi guarda incuriosita.
Nonostante abbia oramai raggiunto una certa età, Moira Orfei è una donna piena di vita, di verve, come direbbero i francesi. Questo carattere, accentuato da un trucco da bambolina, dagli occhi cerchiati dall’eyeliner e da un rossetto fucsia, deriva dalla sua origine un po’ emiliana e un po’ lombarda e dall’abitudine a imporsi anche fuori dalla pista, che per altro oggi frequenta  ben poco.  Per lei è una sofferenza. Una donna abituata a vivere sotto lo chapiteau, a domare elefanti, a volteggiare su trapezi e sui cavalli, trovarsi fuori dai riflettori e un po’ come rinunciare a una parte di sé stessa. Entra in pista soltanto per salutare gli ammiratori. «Adesso siamo in scena con un nuovo spettacolo, Il bacio del leone  dove c’e’ mio figlio Stefano con Brigitta Boccoli,  è molto bello, sa? Dovrebbe vederlo» mi dice fiera. Eccolo il mondo di Moira.  Tutto qui, in questa piccola roulotte di ferro e bulloni. Foto, immagini, poltrone piumate. Racconta sempre di essere un’amante degli animali, specialmente degli elefanti. Animali intelligenti, come un bambino di quattro anni, mi spiega. «Io amo gli animali, sono meglio degli umani. Loro si fanno ammaestrare le persone no». Per lei gli elefanti sono un portafortuna, nonostante una volta si sia rotta un ginocchio durante uno dei suoi spettacoli a causa di un movimento imprevisto di uno dei suoi compagni di giochi. Avrebbe potuto smettere, ma per lei il circo è molto più di un lavoro. È una ragione di vita. «Ho fatto 47 film. è una vita tribolata il cinema. Ti alzi alle quattro del mattino e lavori fino alle dieci di sera. Quando fai gli esterni poi… apriti cielo!  Io l’ho fatto per incrementare il nome del circo. Ho lavorato con tutti i più grandi: con Mastroianni, Gassman, Tognazzi, Walter Chiari, Vianello. Ho iniziato negli anni Sessanta con alcuni film comici e i peplum di Ursus». Richiestissima da tutti i più grandi, da Germi, a Risi, passando per Monicelli. E tuttavia, alla fine, Moira è sempre tornata al circo, sua anima, sua vita. «Il circo è uno zibaldone. Se uno vuole dimenticare le persone, i morti, viene al circo e dimentica tutto. Per forza, corri!, fai! spianta, impianta!» ride Moira. «Io non mi fermo mai. Ho una casa a San Dona’ di Piave, ma lì ci sta mia figlia Lara con i nipoti. Io preferisco stare qui».  Mi mostra una foto di Federico Fellini. «Con lui ho fatto I clowns. Nel ’74 ci veniva a trovare in viale Tiziano. Era l’unico che non mi faceva la corte, era molto, molto amico. Mi portava a vedere le prostitute, faceva delle interviste e io ascoltavo. Che bravo che era Fellini, simpatico! Quando è morto mi è spiaciuto tantissimo. Aveva una grande passione per il circo! Guai!!!». Nella foto si vede Fellini con il suo inseparabile cappotto grigio e la sciarpetta rossa, mentre Moira sorride felice con una scimmietta sulle gambe. Come la maggior parte dei circensi, per Moira, la famiglia è tutto. Mi mostra le foto dei figli e dei nipoti che sono sparse un po’ ovunque.  È sposata da anni con Walter Nones, l’unico uomo che abbia amato, nonostante sia stata corteggiata da pretendenti di ogni tipo. «Mi sono innamorata di lui la prima volta che l’ho visto. Faceva un numero acrobatico con la sorella. Ci siamo incontrati durante la trasmissione televisiva Il mattatore condotta da Vittorio Gassman. Quanto era bello!». In seguito Walter metterà in scena un numero di felini, poi ripreso dal figlio Stefano. Lara è invece la secondogenita, che sempre con Stefano si è dedicata ad una delle più antiche specialità circensi, l’Alta Scuola. «Adesso non sta più qui al circo perché i figli vanno a scuola». Nonostante abbia viaggiato più di Ulisse, l’unico vero luogo che le appartiene è la pista.

photoNM200

«Ho lavorato ovunque. Non c’è un posto del cuore. Io sono cittadina del mondo. Mi piacciono i posti dove lavoro. Gli altri no!» ride. «Sono legata a tanti posti: Roma, Milano, Genova e Torino sono piazze che danno tanto. Per questo le amo». La maggior parte del suo tempo, se ne sta nella sua roulottes e aspetta che la chiamino per entrare in scena. «Non è che faccia una vita brillante. Mi invitano spesso a dei party, a Roma e Milano, ma non ci vado. Preferisco starmene qui».  Sulle pareti della sua roulotte ci sono molte immagini sacre. Mi racconta di essere molto legata alla figura di Padre Pio. È una donna devota. «Vede quell’immagine lì? Ha una storia. Il fotografo aveva il fratello malato. Un giorno fece una foto al fratello, mentre dormiva, e invece spuntò fuori quella». Mi avvicino all’immagine.  Si vede il volto di Padre Pio che dorme. È piuttosto inquietante, qualsiasi sia la fede in cui uno crede. Muove le mani, leggermente gonfie, con le unghie scure. «Sono stata una settimana a letto» mi spiega «ieri mi sono alzata, mi hanno fatto fare tre televisioni e due volte il circo. Oggi una televisione, poi lei, poi un’altra volta il circo. Ho la testa che mi fa così» mi spiega con un gesto delle mani. Indossa una lunga veste gialla e un vistoso paio di orecchini. «Me li hanno regalati dei miei amici gay. Loro mi amano molto e io amo molto loro. Sono gente simpatica, mi fanno ridere». Per i gay, Moira è un’icona. «Ecco!» mi dice «guardi lì, mi hanno fatto come un’icona» e fa illuminare dal suo assistente Antonio, fino ad ora quieto e in disparte, un angolo della roulotte, leggermente in ombra, per mostrarmi un quadretto in cui il suo celebre ritratto fotografico di Gianluca Faruolo, viene ripreso in chiave sacra. «È bello vero? L’ha fatto una pittrice molto brava». Più che bello, è curioso. Celebra non solo la bellezza di Moira, ma anche il suo mito. Un mito che attraversa il tempo rimanendo sempre fedele a se stesso. Mentre indosso la giacca per andar via mi dice: «Io parlo, parlo. Lei deve essere bravo a romanzare». Annuisco, sapendo però che dovrò fare molto poco. Alza il braccio come una regina orientale
per salutarmi.
Sempre in scena, anche
se lo spettatore sono solo io.


DSCF0293


© 2012-2017 Moira Orfei - P.I. 03813490236